Nepal che passione! Nel 2024 lo hanno visitato quasi 15.000 italiani
Dopo i problemi degli scorsi anni, dal terremoto del 2015 al Covid, il numero dei visitatori italiani del Nepal sta crescendo. Camminatori e alpinisti si affiancano a turisti interessati a natura e cultura. Fa bene a noi, fa bene alla gente di Kathmandu e dell’Himalaya L'articolo Nepal che passione! Nel 2024 lo hanno visitato quasi 15.000 italiani proviene da Montagna.TV.

Un grande amore, che continua a crescere nonostante il costo del viaggio e la distanza. Questo è il Nepal per i viaggiatori italiani, secondo i dati presentati nei giorni scorsi a Roma da Binod Prakash Singh, segretario del Ministero del Turismo di Kathmandu.
A organizzare l’incontro è stato Paolo Nugari, viaggiatore appassionato, co-titolare di Avventure nel Mondo e Console onorario del Nepal in Italia. Ricordiamo che il governo di Kathmandu non è rappresentato da un ambasciatore a Roma, e che gli interessi italiani in quella splendida parte del mondo sono rappresentati dall’Ambasciata di Delhi e dal Consolato generale di Calcutta.
Ma torniamo ai dati, che meritano attenzione. Nel 2024, gli italiani che sono entrati nel Paese sono stati 14.474, ancora meno di quelli del 2018, ma molti di più degli anni del Covid-19, quando il flusso di camminatori e alpinisti si è praticamente fermato, e i visitatori stranieri a varcare la frontiera erano poche centinaia.
Meno di quindicimila persone in un anno, con una spesa media di circa 41 euro al giorno, possono sembrare un numero modesto. Ma in un’epoca di turismo mordi e fuggi, di visite-lampo nelle capitali europee o a Manhattan e di weekend di frenetico shopping a Dubai, i 13,2 giorni di permanenza media degli italiani in Nepal sono un numero elevato e importante.
Ci sono spedizioni alpinistiche di un mese e più, riservate a pochissime persone. Ci sono trekking non brevi (l’Annapurna si può vedere in cinque giorni, molti visitatori asiatici fanno lo stesso con l’Everest utilizzando l’elicottero, i nostri connazionali restano più a lungo e fanno bene). C’è voglia di una conoscenza approfondita e non fugace.
Due settimane di permanenza media per ogni visitatore italiano significano benefici importanti per gli 1,22 milioni di nepalesi che vivono di turismo. Hanno un impatto importante su un settore che nel 2024, dalle spedizioni guidate agli 8000 fino ai piccoli alberghi e ristoranti di Thamel (il quartiere turistico della capitale), ha contribuito per il 6,7% al prodotto nazionale lordo.
Il mito del Nepal, per gli italiani come per chi arriva dal resto del mondo (tra gli europei ci precedono per numero britannici, francesi e tedeschi), si evoluto nel tempo. Dalle prime spedizioni alpinistiche e dai viaggi degli hippie più di mezzo secolo fa, si è passati a un turismo più attento, e a un numero di spedizioni alpinistiche via via più consistente.
Oggi i trekker oltre alla base degli 8000 raggiungono spesso le valli del Dolpo e gli altopiani del Mustang, insieme alle zone d’interesse culturale non lontane dalla capitale e da Pokhara. Altri visitatori puntano verso la pianura del Terai, sul confine con l’India, per visitare la casa natale del Buddha a Lumbini e le paludi del Parco nazionale di Chitwan, popolate da rinoceronti e da tigri.
Il Nepal vanta cinque siti tutelati dall’UNESCO. Ma vale la pena ricordare che, tra gli studiosi che hanno rivelato al resto del mondo la cultura del Paese, insieme a quelle dell’India e del Tibet, ha avuto un ruolo fondamentale il marchigiano Giuseppe Tucci. Nel 1987, poco prima di lasciare questo mondo, lo studioso ha ricevuto nella sua casa di San Polo dei Cavalieri, a pochi chilometri da Roma, un’onorificenza dalle mani di re Birendra, atterrato appositamente in Italia.
Tutti conoscono Reinhold Messner, che con le sue salite agli 8000, tutte abbondantemente pubblicizzate, ha reso universale il mito dell’Himalaya nel mondo. Molti sanno di Simone Moro, di Gnaro Mondinelli e di tanti altri. Romano Benet e Nives Meroi sono nuovamente atterrati a Kathmandu da poche ore, per tornare verso il massiccio del Kangchenjunga.
Nel 2024, nei 50 anni della prima ascensione del K2, è stato ricordato Mario Fantin, autore di foto e filmati straordinari sulla seconda cima della Terra. Nessuno ha ricordato, però, che è stato proprio Fantin – grazie a un libro che è stato ripubblicato più volte – a codificare in 14 il numero degli 8000 della Terra, che sono diventati un obiettivo per un numero crescente di alpinisti.
Nel ricordo di Tucci, in epoche più recenti, sono partiti per il Nepal storici dell’arte e restauratori italiani, inviati dalla cooperazione tricolore o da Ong. Il loro scopo è stato ed è tramandare alle generazioni future la bellezza dei templi di Bhaktapur e di Patan nella valle di Kathmandu, e di quelli di Lo Manthang e di Gorkha in aree più remote del Paese, ma anche formare tecnici e restauratori locali.
Dopo il terremoto che ha colpito il Nepal dieci anni fa, nella primavera del 2015, la Protezione civile italiana ha dato il suo contributo nell’emergenza. Dura dal 1990, ed è ripreso nonostante un momento di crisi, l’impegno scientifico ad alta quota che l’Italia ha portato e porta avanti grazie alla Piramide, il laboratorio scientifico che sorge a 5000 metri di quota, a poche ore dal campo-base dell’Everest.
I dati presentati a Roma da Binod Prakash Singh e Paolo Nugari raccontano di una maggioranza di camminatori, alpinisti e turisti, ma anche di un numero consistente di visitatori italiani che arrivano per motivi religiosi, per frequentare corsi di yoga o per seguire progetti di cooperazione.
Le storie di Fausto De Stefani e di Marco Camandona, due uomini degli 8000 che hanno scelto di dedicarsi ad aiutare i ragazzi e le ragazze del Nepal, dimostrano che le motivazioni umanitarie e sportive spesso si intrecciano tra loro. Tra gli obiettivi di sviluppo sociale ed economico del Paese, per gli anni tra il 2025 e il 2035, c’è quello di uno sviluppo serio e controllato del turismo. Ci auguriamo che ciò accada, nell’interesse della gente del Nepal e degli italiani che decollano alla volta di Kathmandu.
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