“We become one”: siamo ancora in grado di emozionarci?
Lo scorso novembre, durante la permanenza a Torino per C2C, avevamo fatto una digressione molto interessante – digressione resa possibile dal rapporto cronologico (le due manifestazioni si sovrappongono da anni in calendario, intenzionalmente) ed anche “ideale” tra C2C ed Artissima, la più grande fiera/manifestazione in Italia dedicata all’arte contemporanea. L’artista sardo (…ma anche bolognese, e… The post “We become one”: siamo ancora in grado di emozionarci? appeared first on Soundwall.

Lo scorso novembre, durante la permanenza a Torino per C2C, avevamo fatto una digressione molto interessante – digressione resa possibile dal rapporto cronologico (le due manifestazioni si sovrappongono da anni in calendario, intenzionalmente) ed anche “ideale” tra C2C ed Artissima, la più grande fiera/manifestazione in Italia dedicata all’arte contemporanea. L’artista sardo (…ma anche bolognese, e cittadino del mondo) Cristian Chironi utilizzando una Fiat 127, macchina vintage strettamente intrecciata alla sua biografia personale e famigliare, aveva fatto giorni e giorni di “viaggi guidati” in cui imbarcava persone – tecnicamente, visitatori della sua performance, quindi persone che non conosceva – e raccontava per filo e per segno questo suo progetto artistico, dove la storia e l’attività del leggendario architetto Le Corbusier si intrecciava con quella dei suoi parenti e soprattutto delle sue relazioni con vari musicisti che, affascinati dall’idea, avevano “donato” una colonna sonora per questa operazione (nomi di peso: Paolo Fresu, Iosonouncane, Steafno Pilia, Massimo Carozzi, giusto per citarne qualcuno).
(La 127 di Chironi, parcheggiata a Marsiglia di fronte ad uno delle realizzazioni più iconiche di Le Corbusier; continua sotto)
Emergeva chiara una cosa: la musica è un collante perfetto da un lato per creare comunità, dall’altro per farlo sotto il nome dell’arte. È stata un’esperienza davvero interessante, perché faceva (ri)scoprire quanto importante la componente esperienziale (e biografica) personale per godersi appieno la ricchezza di fenomeni artistici quali musica o architettura. Troppo spesso tendiamo a dimenticarci questa cosa: riducendo tutto all’elenco di nomi in line up, alla loro fama, al feticismo di vedere dal vivo quel o quell’artista che ci ha interessato tramite dei post, dei reel o degli shorts, abbiamo progressivamente liofilizzato l’esperienza-musica, standone sulla superficie e dimenticando quanto invece possa scavare in profondità nel nostro vissuto, se solo abbiamo voglia e maturità per aprirci, per cercare di andare più a fondo.
Ecco: questa esperienza, a titolo “Torino Drive”, ci è tornata in mente quando pochi giorni fa siamo stati a Berlino per l’anteprima di “We Become One”, il nuovo documentario prodotto da AlphaTheta (la nuova brand identity di Pioneer Dj, per intenderci). Che AlphaTheta non si limiti a commercializzare CDJ e mixer e a (stra)pagare testimonial ad alta reach ma costruisca una comunicazione evoluta e narrativa, finanziando la realizzazione di videodocumentari per niente male (ve lo siete visto quello su Ibiza?), è già di per sé una cosa notevole, che dovrebbe decisamente fare da esempio: perché è un altro tentativo di andare “più in profondità”. Accidenti se ne abbiamo bisogno.
Prima di tutto, allora, vi embeddiamo qua sotto “We Become One”. Guardatevelo. Poi, fateci spendere qualche parola in più.
Come avete potuto vedere (se ve lo siete appunto subito andati a guardare), “We Become One” nell’approcciare un tema già di suo interessante – un tentativo di dimostrazione “scientifica” del potere benefico della musica sulle nostre emozioni, e prima o poi la profezia di Wim Wenders in “Fino alla fine del mondo” sulla capacità di “leggere” nei nostri pensieri e sogni tramite la tecnologia diventerà piena realtà – si sviluppa chiamando in campo le voci giuste e l’approccio giusto. Non è per nulla scontata questa cosa, in un prodotto comunque “branded”.
Moodymann viene recuperato (e mette in campo anche i suoi epici skate party), KiNK è sempre un patrimonio dell’umanità e dello spirito più autentico del clubbing, Seth Troxler a modo suo pure, Dan Ghenacia è ammirevole nel suo voler andare oltre al passare al mero incasso con la ciurma Apollonia per cercare invece qualche spunto e qualche sfida artistica in più. È molto bello poi essersi spinti fino ad Accra, nel Ghana, per raccontare l’attività di Radio Oroko e dei Vibrate Studios, ed è in generale molto azzeccata sia la scelta della “Virgilio” di questo viaggio, la spigliata e simpatica Kikelomo Oludemi (dj/producer/curatrice, mentre fresca e sveglia che non fa che bene alla club culture contemporanea), che del punto di riferimento scientifico, la neuroscienziata americana Julia C. Basso.
Il risultato è un’ora di videodocumentario che scorre bene e ti fa vedere il lato bello delle cose, aka il lato importante della club culture e della musica in generale. Ancora una volta, quello che emerge è che quando la musica e il ballo diventano un mero “safari da smartphone”, dove la tua attenzione e la tua emotività è concentrata solo nel catturare frammenti d’immagine da sfoderare poi sui social sperando di guadagnare in “personal branding”, non si va da nessuna parte. In primis, non si fa bene a se stessi. Sono altre infatti le cose che attivano realmente delle emozioni in noi che siano profonde, durature, che influiscano davvero sulle nostre vite e sul nostro alfabeto emotivo. Abbiamo insomma fisicamente bisogno di profondità. Esattamente come, tornando alla performance di Chironi, se ci fossimo limitati a sentire le tracce della colonna sonora dell’operazione e a leggerne la descrizioni ci saremmo detti “Sì, vabbé, interessante”, ma il fatto di essere stati fisicamente lì, di aver parlato con l’artista, di aver viaggiato con lui in una macchina che è un pezzo della sua storia personale, ha fatto tutta la differenza del mondo. Proprio come fa tutta la differenza del mondo ballare sul dancefloor per inseguire la fisicità del ballo e del rapporto con le persone, e non invece i cuoricini su Instagram (…ecco, la canzone sanremese dei Coma Cose non l’ha capita quasi nessuno: è invece un testo molto tagliente, lucido ed amaro).
Abbiamo bisogno di emozioni vere, insomma. Anche amare, se necessario. Abbiamo aperto questo articolo con C2C, e con C2C vogliamo chiuderlo: siamo ancora angosciati dal dolore per la prematura scomparsa di Sergio Ricciardone, il direttore artistico e co-creatore del festival, e proprio oggi è uscita l’ufficializzazione che l’edizione 2025 sarà interamente dedicata a lui, sotto il motto “Per aspera ad astra”, e viene anche anticipato che ci saranno vari appuntamenti all’interno del festival per celebrarne la memoria. Questo ci porterà di sicuro a vivere il festival con un magone grande così, ma renderà importante ancora più del solito la nostra presenza a Torino dal 30 ottobre al 2 novembre, e siamo convinti sarà così anche per molte persone che stanno leggendo queste righe. Tra l’altro sempre oggi si aggiungono nuovi nomi alla line up rispetto a quelli già annunciati, e sono come sempre nomi pieno di significato: partendo da Daniel Blumberg, l’autore della colonna sonora del celebratissimo “The Brutalist”, fino all’enigmatica Florence Sinclair, passando per Isabella Lovestory, i newyorkesi YHWH e soprattutto la bravissima e delicata norvegese Jenny Hval.
“We become one”, dice un certo punto Moodymann nel videodocumentario prodotto da AlphaTheta: è vero, verissimo. Il potere della musica, del ballo e della cultura, quando si intersecano e compenetrano tra loro, è clamorosamente forte, e crea qualcosa che ci porta ad essere realmente comunità, non una serie di monadi intristite ed incattivite, facilmente manovrabili da politicanti e magnati senza scrupoli. Dobbiamo andare ad inseguire il lato bello delle cose, il lato positivo delle scienze, l’emozione intensa delle storie umane. Tutto il resto, è mercato. Va benissimo il mercato: ma se c’è solo quello, se ci si concentra solo quello e sui suoi numeri, dopo un po’ va tutto a schifio. Perché ci manca qualcosa. Qualcosa di profondamente umano.
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