DIE è ancora un punto di svolta della musica italiana

Testo di Federico Pucci. «Il giorno è alto sulle rive e un uomo in mezzo al mare teme di morire. Nello stesso istante una donna guarda dalla terra ferma gli ultimi scoppi di burrasca al largo vivendo il terrore di non rivederlo mai più. DIE è il racconto dei loro pensieri in una manciata di… L'articolo DIE è ancora un punto di svolta della musica italiana proviene da Dance Like Shaquille O'Neal.

Mar 29, 2025 - 14:01
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DIE è ancora un punto di svolta della musica italiana

Testo di Federico Pucci.

«Il giorno è alto sulle rive e un uomo in mezzo al mare teme di morire. Nello stesso istante una donna guarda dalla terra ferma gli ultimi scoppi di burrasca al largo vivendo il terrore di non rivederlo mai più. DIE è il racconto dei loro pensieri in una manciata di secondi».

Sulla pagina Bandcamp di Iosonouncane, queste tre righe introducono un disco che ancora oggi, dieci anni dopo la sua uscita il 30 marzo 2015, suona rilevante e potente. Parlare del decennale di DIE non è come trattare un anniversario qualunque. Nel grande e chiassoso vuoto dentro il quale siamo immersi è comprensibile che ci si aggrappi a qualunque cosa pur di trovare una certezza: per esempio, ci si aggrappa all’idea che, a un certo punto della nostra vita, siamo stati in presenza di una qualche forma di bellezza, di grandezza. Questo dice però molto a proposito della nostra disillusione e poco a proposito dell’importanza di questo o quell’album. DIE non è semplicemente stato, ma è ancora un punto di svolta della musica italiana, alternativa o meno. Per questo proviamo a parlarne non come se fosse uscito dieci anni fa, ma come se stesse uscendo ora, in ogni singolo momento che ci separa dal suo inizio alla sua fine, 38 minuti dopo.

DIE è un instant classic.

Già le prime recensioni e le prime interviste mostrano una critica a bocca aperta. Capita spesso, di questi tempi, di gridare al miracolo per un nuovo album, un nuovo film, una nuova serie TV. Solo che l’entusiasmo si spegne molto presto. E nel grigiore del nostro scontento, queste esplosioni di approvazione sembrano sempre solo fuochi fatui. Non è così per DIE, verso il quale gli attestati di stima (e anche gli ascolti, come dimostra il disco d’oro di Stormi, riconosciuto nel 2019) non scemano mai. Non esiste un movimento di rivalutazione critica di DIE, non esistono osservatori della musica italiana che cerchino di riscrivere la sua importanza. DIE e la sua costante sfida alle nostre certezze non smettono di attirarci.

Riscrive l’arco della carriera di Jacopo Incani; ci interroga su cosa sia il canone cantautorale; dimostra un approccio alla produzione moderno e digitale immerso dentro i suoni delle radici; forza le maglie del nostro minuscolo attention span contemporaneo; e ancora ci dimostra ogni volta cosa si possa fare con le parole, con le immagini, con uno strumento millenario e con un laptop. Aprire questo disco significa ogni volta selezionare il proprio tunnel preferito nel quale immergersi, pescando da un buffet di questioni infinite.
DIE tira un solco nella sabbia sul modo in cui si concepisce e si “consuma” la musica in un momento di passaggio essenziale. Nel marzo 2015 Spotify è arrivato in Italia soltanto da due anni, e ancora i “numeri” nel mercato si fanno a colpi di dischi fisici e firmacopie. Ma il cambiamento è alle porte: un’idea utilitaristica, consumistica, cinica dell’ascolto, in cui ogni parte della fruizione musicale è rivolta all’appagamento dell’utente e mai al dialogo o alla scoperta, si sta affacciando. Oggi diamo per scontato che ascoltare musica in streaming sia prima di tutto un consumo passivo, e la musica che va per la maggiore ci lusinga proprio contando sul nostro crescente disinteresse. DIE non potrà mai essere un disco che lascia indifferenti: nonostante le sue molte malìe, che ne fanno un ascolto appagante; nonostante la ricchezza che riempie le orecchie e la semplicità che le ripulisce; nonostante sia un lavoro di grande bellezza, si resta sempre interdetti proprio per via di queste sue molteplici e talvolta contraddittorie caratteristiche. “Perché sembra di sentire certe parole e certe molecole melodiche riecheggiare di canzone in canzone?”, si chiede l’ascoltatore anche solo minimamente curioso? “Perché sono colpito al cuore da queste voci anche se non siedono sopra il mix come nella gran parte delle produzioni musicali italiane?”, si domanda chi ha pratica con il resto della produzione, anche indipendente?

Oltre il realismo

DIE espande il tempo dentro lo spazio di un disco, mentre il resto del mondo fa di tutto per contrarlo e stritolarlo in un’interminabile sequenza di giornate identiche. La storia ritratta, come sappiamo, è quella di due persone che si vedono da lontano nel momento in cui temono di non vedersi mai più. Anziché descrivere la scena come un osservatore oggettivo e costringersi a prendere una posizione sull’esito della storia (morirà il naufrago? lo rivedrà la sua donna?), Iosonouncane ci offre l’esperienza di sedere dentro i pensieri dei due personaggi nel momento convulso e privato in cui le loro paure e i loro desideri si schiantano sul reale. Ma per farlo, serve un esercizio di fantasia: andare oltre il realismo e la pretesa di raccontare il vero – come siamo abituati a pretendere dai cantautori – per provare sulla nostra pelle questo istante di vita. DIE è ancora potente perché manipola l’unica dimensione in cui la musica esiste: il tempo. Dentro la confezione finita di una canzone stanno gli innumerevoli percorsi neurali di un pensiero, le esperienze passate e presenti e perfino i presentimenti futuri – A Year In A Minute, verrebbe da dire citando Fennesz, che Incani aveva ascoltato molto durante la creazione di DIE. Per questo ci torniamo volentieri: perché ci illude di essere ancora padroni delle nostre ore, facendo materia udibile e dramma umano di questo bisogno di altro tempo e altra vita.

Il lessico di DIE

DIE non consola né rassicura. Nel suo momento fulminante di chiarore, sotto un sole che brucia anziché nutrire, non veniamo coccolati da una narrazione lineare, ma siamo squassati dal potere icastico delle immagini e delle parole che si fanno immagini. Nella dimensione simbolica e istintiva, quasi junghiana, in cui vivono i testi di DIE il lessico e la sintassi sono minimalisti ma non minimali, strumenti di profonda chiarezza e chiara profondità – dall’altra parte, la produzione è massimalista, per quanto sembri non rinunciare a nessun suono. Costruita su alcune chiare ricorrenze (sole, rive, muore, sale, campi), la lingua di DIE ci sembra sia futuristica sia primordiale: definirla in modo temporale, come fosse l’esito di questa o quella scelta stilistica, sarebbe però riduttivo, perché le parole emergono come intuizioni di un cervello in fase fight or flight, che costretto a pensare alla sopravvivenza si ancora a concetti che provano a spiegare quel che sta accadendo. Le stesse ripetizioni nascondono una polisemia che è tipica della preghiera, quando in determinate posizioni del canto la stessa parola può avere significati dottrinali completamente diversi – se mi perdoni un’escursione cattolica, pensa alla differenza tra l’essere “figlio” di Cristo e l’essere “figlio” del fedele. Nello scarto di senso tra una parola e sé stessa trova posto un mistero che non è quello della religione, ma è quello del dubbio, dell’ignoto in cui ci muoviamo quotidianamente. L’effetto che fanno su di noi versi come “Il mattino scopre / Sole che insegue il sole” è inusuale: in un presente spogliato del magico, basta poco per trovare sibillina una sequenza di semplici parole, che razionalmente sapremmo facilmente districare. Ed è proprio qui che sta un potere ancora non esaurito di DIE: il continuo esercizio dell’intelletto e dell’ascolto che richiede.

La dimensione corale

DIE richiede e offre empatia. Scrivere testi in questa maniera lo esige: non puoi prendere posizione, non puoi giudicare o aspettare che qualcuno sia giudicato nella storia che viene mostrata; la sua assenza di proiezione temporale ti costringe a restare accanto ai personaggi. Hai tutto lo spazio per farti un’idea sul destino del naufrago e della sua donna, potrai rivederci le storie dei migranti o solo una faccenda di pescatori. Ma non ti sarà offerta una facile via d’uscita da un dilemma, specie mentre le fasi dell’accompagnamento strumentale ti inondano di emozioni. Non è solo una questione verbale, ma anche sonora. Sembra quasi che nella “tracotante” (parola di Incani) ricchezza musicale di DIE non sia stato riservato neppure un angolino per l’ego. Decine e decine di tracce, loop, sample di musica sarda e musica classica, canti a tenore e voci familiari, grida di cacciatori e fiati, organi, corde e pelli: nelle viscere di DIE c’è un universo di suoni organizzati con un collage serratissimo, per il quale Incani ha dovuto chiedere aiuto a Bruno Germano, co-produttore dell’album. La dimensione di DIE è dichiaratamente corale: dai campioni della voce di Serena Locci che fanno da base ritmico-tonale di Stormi alla chitarra sarda preparata di Paolo Angeli arpeggiata magicamente in Buio, una moltitudine di stimoli ti invita a restare in ascolto, osservare tutte le prospettive, abbandonarti a qualcosa che è molto più grande di te. Mentre la musica popolare è diventata un gioco all’identificazione, una scusa per specchiarsi in soluzioni già note, DIE risulta ancora scioccante e nuovo: la promessa di una musica come mezzo per parlarsi tra esseri umani anziché per sentirsi rappresentati come monadi.

Le radici

DIE è radicale e radicato. Buggerru è terra di miniere, ma Incani non sta estraendo risorse preziose da rubare e portare altrove: la ricchezza è immanente, resta nella terra e quindi nel disco. La Sardegna di DIE non è un luogo magico e ancestrale, come molte visioni esotiche e variamente turistiche vorrebbero – fidati, da marito di una donna sarda so che non bisogna scherzare con questi cliché. La Sardegna semplicemente è, con la sua posizione unica per aiutarci a comprendere meglio la potenza della natura, le miserie dell’esistenza. Incani non fa appello alla sua eredità per portare avanti un concetto ideologico di “tradizione”, ma per vivere la sua realtà, di artista che vive in mezzo alle persone che arricchiscono il suo pensiero: dalla sorella che ha suggerito la folgorante sintesi multilinguistica del titolo DIE (morire/lei/giorno) alle decine di amici, non necessariamente musicisti, ospiti delle tracce. E se c’è qualcosa di attuale, nel 2025, è un ragionamento profondo sulle radici e sulla contaminazione. In un futuro incerto e pieno di copie dell’ultima canzone di successo, la musica può trovare una nuova spinta tornando ad abbeverarsi a certe fonti.

L’ultima spiaggia

DIE è un’ultima spiaggia vista dall’ultima spiaggia. Come ha raccontato in alcune interviste, Jacopo Incani ha creato questo album in un momento di crisi profonda. Un punto molto basso per la morale, anche per ragioni molto materiali e venali. Nel momento della bancarotta, tornato in Sardegna afflitto da dubbi e da debiti, il musicista si è dato interamente a un progetto ambizioso, una scommessa su sé stesso ma soprattutto su un’idea di musica: opulenta ma non sfarzosa; ricca di esperienza, ma non furba e anzi propensa alle devianze; maestosa e terribilmente umana. Dentro DIE ci sono poche risposte ma tutte le domande che dovremmo continuamente porre a quello che ascoltiamo.

DIE è semplicemente molto bello. La sua sintesi digitale e analogica; la scuola di pensiero musicale e produttiva della grande opera titanica, tra Beach Boys e Animal Collective, tra Pink Floyd e Lucio Battisti; il suo controllo del caos e il suo comando della melodia: ogni elemento di DIE emana una grazia faticosa eppure abbacinante. Un lavoro di cui puoi sentire le cuciture e la trama, che non cerca di essere levigato ed effortless e non dissimula una spontaneità che non potrebbe mai avere. Alla metà degli anni Dieci una parte di musica indipendente italiana passa alla cassa mostrando una maniera sfacciata, impenitente, rassicurante di mostrarsi autentici adottando tutte le soluzioni più sputtanate della tradizione pop. Diversi platini e palazzetti dopo, quel concetto conservatore di autenticità non ha più nessun valore artistico. Resta solo una miriade di punti di vista e di crisi pronte a scoppiare. E una nuova propensione della musica popolare verso il massimalismo, le produzioni radicali, le commistioni di tecnologia digitale e suono acustico, l’empatia come strumento di contatto e non come buzz word, il superamento delle tradizioni, le riscoperte delle radici.

Quando riascolterai DIE, ti sembrerà di aver già trovato tutto ciò che stai cercando oggi. E a quel punto questo disco ti inviterà a indagare ancora, e forse nel giorno del ventennale saremo di nuovo qui a valutare la storia di un uomo che sta per annegare e della sua donna che osserva da riva.

L'articolo DIE è ancora un punto di svolta della musica italiana proviene da Dance Like Shaquille O'Neal.