Expats è un manuale d’empatia
E’ passato poco più di un anno dal debutto di Expats su Prime Video. La miniserie – che trovate qui -, ideata e diretta da Lulu Wang, ci ha trascinato in un dramma umano devastante, mettendo al centro un tema complesso come l’empatia. Per godere al meglio del racconto che Expats fa della Hong Kong… Leggi di più »Expats è un manuale d’empatia The post Expats è un manuale d’empatia appeared first on Hall of Series.

E’ passato poco più di un anno dal debutto di Expats su Prime Video. La miniserie – che trovate qui -, ideata e diretta da Lulu Wang, ci ha trascinato in un dramma umano devastante, mettendo al centro un tema complesso come l’empatia. Per godere al meglio del racconto che Expats fa della Hong Kong degli immigrati dell’America aristocratica bisogna sospendere qualsiasi tipo di giudizio. E’ così che la serie ci introduce alla narrazione ed è solo così che si può comprendere al meglio lo spirito della storia. L’empatia è la capacità di sentire ciò che qualcun altro sta provando, letteralmente la facoltà umana di immedesimarsi nei panni di un’altra persona. Expats confronta lo stesso dolore condiviso da punti di vista diametralmente opposti, e lo fa con un realismo spietato e senza fronzoli.
Expats è un drama sofisticato che mette a nudo la “nuova aristocrazia”
La regia di Lulu Wang, fatta di sfumature saturi e atmosfere ricche di tensione, è perfetta per raccontare il dramma dei “neo aristocratici”. Di questo parla Expats, di un tipo di aristocrazia moderna che sceglie i Paesi in via di sviluppo per emigrare. Ricchi che cercano ancora più sfarzo in paradisi fiscali o in luoghi esotici in cui vivere in una vera e propria bolla è possibile. E’ la vita che hanno scelto Margaret (una magnifica Nicole Kidman) e Hillary (la altrettanto grande Sarai Blue). Ma è anche la vita scelta dalla giovanissima Mercy (Ji-young Yoo), coreano-americana trapiantata a Hong Kong in cerca di fortuna, o forse più di sé stessa. I loro mondi sono profondamente diversi. Quello di Margaret e Hillary è fatto di cene borghesi frivole ed eventi mondani. Il mondo da cui proviene Mercy, invece, è molto più complesso, molto più reale.
Letta così potrebbe sembrare la classica Cinderella Story, ma Expats non vuole affatto insegnarci chi è nel giusto e chi no. E’ qui che arriva il punto. A stupire, episodio dopo episodio, è la scoperta dell’identità delle protagoniste, oltre che del personaggio di David (Jack Huston). Un’identità profondamente umana, in tutte e tre, nonostante il diverso retaggio culturale e le opposte visioni della vita. Margaret è una madre insoddisfatta, e non dalla scomparsa del piccolo Gus, da molto prima. Il suo rapporto con i figli parrebbe giustificato dalla perdita e dal senso di colpa, ma la sua insoddisfazione ha radici molto più profonde. Non è mai stata in grado di sentirsi appagata come madre, e questo sentimento è stata la sua stessa rovina. In realtà, nemmeno la scomparsa di Gus le ha fatto aprire gli occhi sull’importanza dell’essere madre. La sua spasmodica ricerca del figlio sembra più volta a colmare il suo senso di colpa che altro.
Mercy, nei confronti di Margaret, gioca un ruolo determinante: è colei che la priva della cecità da cui è sempre stata affetta
Nonostante faccia di tutto per farsi dipingere come l’antagonista della storia, Mercy è la vera protagonista di Expats. Il punto focale da cui nascono i problemi e su cui, alla fine, si arriva a una pacifica e sconsolata conclusione. Mercy sostiene di essere vittima di una maledizione che fa del male a lei e, soprattutto, a chi le sta intorno. E sicura di ciò non fa altro che attirare a sé ancora più problemi, finendo per essere l’artefice consapevole di ogni suo male. Prima la scomparsa di Gus e poi, con totale cognizione di causa, il tradimento ai danni di Hillary. Mercy inizia una relazione amorosa con David, una relazione evidentemente fasulla, mossa dalla tossicità del momento che entrambi stavano vivendo. Un rifugio che aiuta i due personaggi a dimenticarsi dei problemi della vita reale, almeno per un po’, ma che li spinge a fare scelte obbligate.
Scelte che non fanno altro che nuocere a Hillary, la più vicina all’essere vittima (ma no, non si salva nemmeno lei in realtà). Expats, però, puntata dopo puntata, sviscera l’io delle tre protagoniste, le mette a nudo in pubblica piazza e dà allo spettatore l’arduo compito di giudicare. Compito che, tuttavia, assume sempre meno importanza man mano che la storia va avanti. Un bambino è stato rapito e un matrimonio si è concluso nel modo più triste possibile. Ma alla fine la colpa non è di nessuno, benché meno di Mercy, il finto capro espiatorio. La forza narrativa di Expats sta nel fatto di non indirizzare nessuno ma di lasciare sospeso il giudizio. Ciò accade per gli spettatori come per i protagonisti, che per tutto il tempo danno la caccia a un nemico invisibile. Margaret odia Mercy per la scomparsa di Gus, la ragazza odia sé stessa, mentre Hillary incolpa la sua famiglia per la sua profonda insoddisfazione.
Alla fine, nel non finale di Expats, c’è spazio solo per la comprensione
Quello di Expats è un non finale perché nessuna delle protagonista, in effetti, trova una reale conclusione al proprio dramma. C’è spazio solo per l’accettazione, e l’accettazione è possibile solo grazie all’empatia. La scena centrale del dramma è una delle ultime, quella in cui Margaret, Mercy e Hillary parlano a tu per tu. In questo frangente le tre protagoniste sono poste sullo stesso piano dello spettatore: ogni giudizio viene sospeso. Margaret (o forse Hillary) di fronte alla proposta di Mercy di donarle il figlio che ha in grembo, non può che fare un passo indietro. E’ in questo momento che, finalmente, la donna comprende che non c’è un vero colpevole. Nemmeno lei lo è, ma per quel tipo di accettazione probabilmente non le basterebbe una vita intera. Mercy, dal canto suo, non ha mai fatto nulla per “farsi perdonare”, ma come avrebbe potuto, d’altronde.
Expats indaga sulla posizione dell’accusato, di chi si trova a essere accidentalmente colpevole del dramma di qualcun altro. E’ uno straziante dramma sulla vulnerabilità umana, su quanto sia difficile superare un trauma e su quanto sia naturale la ricerca di un’espiazione. Il senso di colpa è l’arma più violenta che un essere umano possa utilizzare contro sé stesso. Corrode lentamente chi lo vive dall’interno, prosciuga ogni forma di speranza. Il messaggio di Expats, nel suo non finale, non è semplicemente quello di accettare e andare avanti, ma di comprendere che la ricerca di un colpevole non fa altro che nutrire il dolore, alimentandolo oltre ogni logica naturale. Il dolore non può mai essere condiviso perché è il più intimo dei sentimenti. E allo stesso modo, la condivisione dell’errore non attenua il senso di colpa.
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