Valle di Chocholowska, la “casa” di Papa Woytjla sui Tatra polacchi
Nel rifugio a 1148 metri di quota dove tutto parla di Giovanni Paolo II c’è una clamorosa “stanza dei ricordi”, ricca di oggetti e immagini del Pontefice e delle sue avventure giovanili su questi monti. Un piccolo e quasi sconosciuto museo che emoziona anche per i visitatori laici L'articolo Valle di Chocholowska, la “casa” di Papa Woytjla sui Tatra polacchi proviene da Montagna.TV.

Era atletico, e bello, il giovane Karol Woytjla. Nei rifugi dei Tatra, le montagne dove il futuro Papa Giovanni Paolo II amava camminare, pagaiare in canoa e sciare, lo ricordano delle immagini molto diverse tra loro. In qualcuna si vede l’anziano Pontefice che si sposta in fuoristrada o in funivia circondato da una folla plaudente.
In altre appare il giovane appassionato di montagna, con gli occhiali e dallo sguardo intenso, che cammina sui sentieri portando gli sci sullo zaino, naviga in kayak sulle acque di un lago o di un fiume, sosta per ammirare uno scenario di vette, taglia con sci e pelli di foca un ripido pendio innevato.
A Cracovia, nel museo realizzato negli appartamenti dove ha vissuto da vescovo, ai piedi del Castello di Wavel, la montagna c’è poco. Ma accanto ai paramenti sacri di Papa Giovanni Paolo II, alla macchina da scrivere sui cui tasti batteva da vescovo, a centinaia di immagini scattate in vari momenti della sua vita, compaiono degli scarponi da escursionismo e un paio di sci di legno della fine degli anni Trenta.
Il rifugio di Polanie, tra i boschi di Chocholowska, è diverso. Ci si arriva con un’ora e mezzo di cammino, quasi in piano, in una valle circondata da fitte foreste di abete, da modesti affioramenti calcarei, da vette molto meno imponenti del Rysy, del Gerlach e degli altri picchi rocciosi che formano il cuore della catena dei Tatra.
Dove la valle si apre in un dolce anfiteatro di prati, compaiono decine di capanne di legno dall’aria antica, a lungo utilizzate da contadini, boscaioli e pastori. Tra marzo e aprile, migliaia di escursionisti a piedi e in bici vengono qui per ammirare la fioritura dei crochi.
Il rifugio, schronisko in polacco, è una massiccia costruzione di pietra e legno, che sorge a 1148 metri di quota che accoglie gli appassionati di montagna tutto l’anno. Già all’esterno il nome di Jan Pawel II appare più volte, sulla targa che indica il nome del rifugio, su altre placche di bronzo, su una mappa dedicata ai sentieri che uniscono le valli e i centri abitati dei Tatra a Cracovia.
La gigantografia del giovane Karol è all’interno, e sembra accogliere chi riprende fiato prima di salire verso la sala da pranzo e le camerate. In un angolo, una scritta che rischia di passare inosservata (soprattutto a chi non conosce la lingua!) invita i visitatori a “chiedere le chiavi, per visitare la stanza dei ricordi”. Per raggiungerla manca qualche rampa di scale, poi arriva una straordinaria sorpresa.
La “stanza” è un locale molto ampio, un vero piccolo museo. Ai muri sono decine di immagini del giovane Woytjla sui Tatra, e poi altre che lo mostrano con la veste bianca del Papa. La più diffusa, che ho già visto a Cracovia, a Zakopane e in altri rifugi, lo mostra con la berretta da vescovo, durante una cerimonia, circondato da un gruppo di montanari che indossano vesti e copricapi tradizionali.
A dare il segno alla stanza, però, è una grande canoa di legno e tela, che il giovane Woytjla, prima e dopo essere ordinato sacerdote, usava per esplorare fiumi e laghi ai piedi dei Tatra o in altre zone. Nello scafo è stato fissato un breviario in latino, utilizzato in quegli anni da Karol nelle soste delle sue esplorazioni acquatiche.
In evidenza c’è anche una frase in polacco, che Giovanni Paolo II usava spesso, “w górach zawsze chodź tak, aby nie zgubić znaków”. Significa “in montagna camminate sempre, facendo attenzione alla giusta via”.
Qualche giorno fa, a Cracovia, ho esplorato con attenzione il Museo del Papa, e prima e dopo la visita ho visto molte altre testimonianze di Woytjla, e dell’affetto che la gente di Cracovia ha per lui. Una grande statua di bronzo che lo ricorda nel quartiere di Kazimierz, lo mostra in una delle sue prime visite dopo essere stato scelto dal Conclave, in una Polonia ancora governata dal regime socialista.
Altre foto del Papa polacco compaiono nel frequentatissimo rifugio accanto al Morskie Oko, il più amato lago dei Tatra. Altre lo mostrano sulla funivia e sulla vetta del Kasprowy Wierch, frequentata da turisti, escursionisti e sciatori. Altre, meno visibili di quanto avrei immaginato, accolgono nel Muzeum Tatrzańskie di Zakopane, dedicato alla natura, alla storia e all’esplorazione di questi monti.
Decine di altri luoghi, in Polonia, permettono a laici e credenti di ricordare il Pontefice, dalla sua casa natale a Wadowice, a 50 chilometri da Cracovia fino ai cantieri navali di Danzica dov’è nato il movimento Solidarność.
Pochi luoghi, però, emozionano il visitatore di oggi come la “stanza” del rifugio di Polanie, nella valle di Chocholowska, con le sue fotografie appese alle pareti, e con i semplici strumenti – un kayak, un paio di sci e poco altro – che Giovanni Paolo II ha utilizzato per entrare in comunione con la natura e la montagna. E’ un onore ricordarlo proprio qui, a vent’anni dalla sua morte nella primavera del 2005.
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