Stammi accanto. Intervista a Cristiano Godano

Un paio d’anni fa, Cristiano Godano fece un breve tour acustico insieme con Alessandro “Asso” Stefana, riproponendo delle interpretazione del repertorio di Neil Young, da sempre uno dei suoi miti musicali. Ora, suoni e umore del nuovo album Stammi accanto ricordano molto il cantautore canadese, e quindi si sarebbe potuto scommettere che fosse figlio di quel tour, con tutto quel che implicava a livello emotivo, oltre che strettamente sonoro. Una presentazione del disco in cartella stampa, vergata dallo stesso Godano, ci informa invece che non è affatto così. Le canzoni di Stammi accanto sono nate in un periodo particolare del lockdown. Citiamo: “La composizione delle canzoni risale all’ottobre 2021. Si era poco prima della scoperta del vaccino anti covid e si sperava che l’incubo potesse prendere la strada della lenta dissoluzione. Il sentimento di tutti era stremato, e il mio desiderio era di uscirne con una creatività reattiva dopo alcuni mesi impietriti. Sono canzoni figlie dell’incantamento, e si sforzano di reagire opponendo una arresa quiete alle turbe e alle paure.” E allora come mai il disco esce ora, a oltre tre anni di distanza? È questa la prima domanda che rivolgiamo a Cristiano, mentre ci prendiamo un caffè godendoci uno dei primi anticipi di primavera. La composizione è finita a marzo 2022 e ad aprile ero già al PlaTone studio di Luca Rossi, ex Üstmamò. Ci abbiamo lavorato e dopo poco, verso maggio-giugno, il disco era pronto… ma a questo punto mi sono fatto delle domande. Queste canzoni sono coeve alla scoperta del vaccino. In quel momento, ricorderai, iniziava proprio una frenesia di liberazione non solo mentale, ma anche fisica. E quindi nessun desiderio di rimanere bloccati nello scoramento, nella riflessività, nella vulnerabilità che un disco come il mio poteva suggerire. Per questo l’ho lasciato in sospeso; oltre tutto stavano ripartendo le attività coi Marlene… E poi l’ho risentito 6 o 7 mesi fa; e a questo punto mi è sembrato plausibile rispetto al mondo in cui viviamo in questo momento. Un mondo rispetto al quale non esiti a dare le tue opinioni pubblicamente, peraltro. Scrivo i miei articoli con il cuore in mano. L’ultimo era sull’Europa, e certo non perorava la causa del riarmo. Ma mi chiedo come sia possibile che la gente non capisca che se noi europei non ci affratelliamo per noi è finita, mi sembra addirittura banale. Eppure mi sono arrivati commenti incredibili, insulti, gente che mi diceva che mi sarei dovuto vergognare. Questo mi fa capire come sui social non si ragioni più, motivo per cui me ne vorrei sganciare. Solo che se lo faccio, perdo il polso della situazione. Potresti consultarli da lettore, senza esporti più di tanto; molta gente ha smesso di fare post politici, e parla solo di musica e di cose belle. È quello che penso anch’io, ogni tanto. Il giorno che capirò che ho superato il limite dell’intimidazione, non intendo fare l’eroe: smetterò, pensando che almeno a me rimane il rifugio dell’arte. Anche se al momento non vorrei farlo; bisogna resistere, altrimenti la pagheremo cara. Se abbassiamo la guardia rischiamo di diventare una colonia delle potenze egemoni, privati delle libertà individuali, e questo è disarmante. Se un giorno succedesse che non mi posso più esprimere, io vado fuori di testa! Tornando al disco: a me non sembra in realtà che sia in linea con la cupezza del momento, anzi ha quasi un effetto catartico, al limite un po’ malinconico… Sono d’accordo. C’è una quiete, una quiete turbata, le canzoni nascono come reazione a un momento difficile. Io come la maggioranza degli artisti il covid l’ho vissuto malissimo, anche se in realtà poteva essere un’occasione da cogliere: sei chiuso in casa, non hai niente da fare, puoi scrivere, sfruttare il tempo a disposizione. Ma non c’era l’umore giusto. Alla fine queste canzoni sono il mio tentativo ultimo di reagire alla situazione. Poteva essere un’altra cosa rispetto al covid, quello che esprime il disco è il sentimento che nasce da questo sfibramento, il desiderio di venirne fuori, e di comunicarlo. Sono anche le canzoni più melodiche che hai mai scritto Io sono sempre stato molto sensibile alla melodia. Ad esempio io sono stato un grande fan del Paisley Underground, ma in particolare di Rain Parade e Three O’Clock, queste cose zuccherine mi hanno sempre affascinato. E poi Neil Young, che quando voleva faceva cose molto melodiche. Hai delle canzoni che vuoi citare in particolare, dal disco? Ovviamente amo tutte le canzoni come figli, metafora stra-abusata, però ho le mie preferenze. Una è Lode all’istante, che per me è la canzone ideale, senza tempo, che non ha paura di esibire la sua melodia sontuosa, e che sento vicina a certe canzoni classiche del cantautorato e non solo di quello nazionale. L’altra è Cerco il nulla; ascoltata in cuffia mi dà delle sensazioni pazzesche, la sento psichedelica, un magma che si diffonde lentamente, sensuale… non vedo l’ora di suonarla dal vivo. Quando scrivi, sai già in partenza se

Apr 4, 2025 - 10:47
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Stammi accanto. Intervista a Cristiano Godano

Un paio d’anni fa, Cristiano Godano fece un breve tour acustico insieme con Alessandro “Asso” Stefana, riproponendo delle interpretazione del repertorio di Neil Young, da sempre uno dei suoi miti musicali. Ora, suoni e umore del nuovo album Stammi accanto ricordano molto il cantautore canadese, e quindi si sarebbe potuto scommettere che fosse figlio di quel tour, con tutto quel che implicava a livello emotivo, oltre che strettamente sonoro.

Una presentazione del disco in cartella stampa, vergata dallo stesso Godano, ci informa invece che non è affatto così. Le canzoni di Stammi accanto sono nate in un periodo particolare del lockdown. Citiamo: “La composizione delle canzoni risale all’ottobre 2021. Si era poco prima della scoperta del vaccino anti covid e si sperava che l’incubo potesse prendere la strada della lenta dissoluzione. Il sentimento di tutti era stremato, e il mio desiderio era di uscirne con una creatività reattiva dopo alcuni mesi impietriti. Sono canzoni figlie dell’incantamento, e si sforzano di reagire opponendo una arresa quiete alle turbe e alle paure.”

E allora come mai il disco esce ora, a oltre tre anni di distanza? È questa la prima domanda che rivolgiamo a Cristiano, mentre ci prendiamo un caffè godendoci uno dei primi anticipi di primavera.

La composizione è finita a marzo 2022 e ad aprile ero già al PlaTone studio di Luca Rossi, ex Üstmamò. Ci abbiamo lavorato e dopo poco, verso maggio-giugno, il disco era pronto… ma a questo punto mi sono fatto delle domande. Queste canzoni sono coeve alla scoperta del vaccino. In quel momento, ricorderai, iniziava proprio una frenesia di liberazione non solo mentale, ma anche fisica. E quindi nessun desiderio di rimanere bloccati nello scoramento, nella riflessività, nella vulnerabilità che un disco come il mio poteva suggerire. Per questo l’ho lasciato in sospeso; oltre tutto stavano ripartendo le attività coi Marlene… E poi l’ho risentito 6 o 7 mesi fa; e a questo punto mi è sembrato plausibile rispetto al mondo in cui viviamo in questo momento.

Un mondo rispetto al quale non esiti a dare le tue opinioni pubblicamente, peraltro.

Scrivo i miei articoli con il cuore in mano. L’ultimo era sull’Europa, e certo non perorava la causa del riarmo. Ma mi chiedo come sia possibile che la gente non capisca che se noi europei non ci affratelliamo per noi è finita, mi sembra addirittura banale. Eppure mi sono arrivati commenti incredibili, insulti, gente che mi diceva che mi sarei dovuto vergognare. Questo mi fa capire come sui social non si ragioni più, motivo per cui me ne vorrei sganciare. Solo che se lo faccio, perdo il polso della situazione.

Potresti consultarli da lettore, senza esporti più di tanto; molta gente ha smesso di fare post politici, e parla solo di musica e di cose belle.

È quello che penso anch’io, ogni tanto. Il giorno che capirò che ho superato il limite dell’intimidazione, non intendo fare l’eroe: smetterò, pensando che almeno a me rimane il rifugio dell’arte. Anche se al momento non vorrei farlo; bisogna resistere, altrimenti la pagheremo cara. Se abbassiamo la guardia rischiamo di diventare una colonia delle potenze egemoni, privati delle libertà individuali, e questo è disarmante. Se un giorno succedesse che non mi posso più esprimere, io vado fuori di testa!

Tornando al disco: a me non sembra in realtà che sia in linea con la cupezza del momento, anzi ha quasi un effetto catartico, al limite un po’ malinconico…

Sono d’accordo. C’è una quiete, una quiete turbata, le canzoni nascono come reazione a un momento difficile. Io come la maggioranza degli artisti il covid l’ho vissuto malissimo, anche se in realtà poteva essere un’occasione da cogliere: sei chiuso in casa, non hai niente da fare, puoi scrivere, sfruttare il tempo a disposizione. Ma non c’era l’umore giusto. Alla fine queste canzoni sono il mio tentativo ultimo di reagire alla situazione. Poteva essere un’altra cosa rispetto al covid, quello che esprime il disco è il sentimento che nasce da questo sfibramento, il desiderio di venirne fuori, e di comunicarlo.

Sono anche le canzoni più melodiche che hai mai scritto

Io sono sempre stato molto sensibile alla melodia. Ad esempio io sono stato un grande fan del Paisley Underground, ma in particolare di Rain Parade e Three O’Clock, queste cose zuccherine mi hanno sempre affascinato. E poi Neil Young, che quando voleva faceva cose molto melodiche.

Hai delle canzoni che vuoi citare in particolare, dal disco?

Ovviamente amo tutte le canzoni come figli, metafora stra-abusata, però ho le mie preferenze. Una è Lode all’istante, che per me è la canzone ideale, senza tempo, che non ha paura di esibire la sua melodia sontuosa, e che sento vicina a certe canzoni classiche del cantautorato e non solo di quello nazionale. L’altra è Cerco il nulla; ascoltata in cuffia mi dà delle sensazioni pazzesche, la sento psichedelica, un magma che si diffonde lentamente, sensuale… non vedo l’ora di suonarla dal vivo.

Quando scrivi, sai già in partenza se sarà un pezzo tuo o per i Marlene?

Sì, la cosa è programmatica. Arriva il momento in cui so se scriverò per Godano o per i Marlene.

Però questa esigenza di scrivere per te stesso è arrivata tardi, come mai?

Perché non avevo abbastanza fiducia nei miei mezzi solitari. Solo negli ultimi mesi ho raggiunto la piena padronanza dello strumento acustico, il mio tocco adesso è realmente espressivo, e se c’è una cosa che veramente mi inorgoglisce è questa capacità che ho maturato di saper suonare ben oltre un’ora da solo, chitarra e voce e assolutamente nient’altro. Se ce la faccio, e se la gente rimane sospesa per tutto questo tempo, vuol dire che esiste una dinamica e funziona.

In futuro pensi di continuare su questo doppio binario, Marlene e carriera solista?

Guarda, provando con i Guano Padano (che accompagneranno Cristiano nel tour imminente, nda) ho veramente scoperto una dimensione ideale per il live delle mie canzoni. È una soddisfazione enorme. Per cui questo per me è un nuovo inizio, nel mio percorso parallelo, perché è la prima volta che suono dal vivo i miei pezzi con una band. Come artista ho sempre bisogno di rinnovamento, d’altronde i Marlene Kuntz non hanno mai fatto due dischi uguali, e tra poco faremo un tour con l’orchestra, una cosa inedita. Per questo sono molto eccitato a vedere come andrà questa nuova esperienza da solista, ma con una band. E spero davvero che la gente sappia cogliere la potenza evocativa e sensuale di questo live, che sarà qualcosa di diverso dal disco. A me basta pensare al talento di Asso, alla sua esperienza incredibile, anche internazionale, per emozionarmi.

Cristiano, ormai sei quasi arrivato a 40 anni di carriera; avresti mai pensato, all’inizio, di arrivare a questo punto?

No. Soprattutto se penso che quando iniziai questo viaggio con i Marlene i miei riferimenti erano Einstürzende Neubauten, Swans, Sonic Youth… Shellac e Big Black, Fugazi… mi rendevo perfettamente conto che il sogno era quello, ma che arrivarci era una cosa folle. In Italia poi, figuriamoci. Avevamo in realtà l’obiettivo del primo disco e poco più; poi, siccome il primo disco ha funzionato, ce la siamo giocata… ed eccoci qua.

Ricordo bene che all’epoca, metà anni ’90, c’era stata questa ondata di gruppi italiani che facevano vero rock: Marlene Kuntz, Afterhours, Fluxus… siete stati uno dei gruppi che hanno cambiato il rock alternativo italiano, portandolo al successo. In questi lunghi anni ci sono stati momenti in cui avresti voluto mollare tutto e fare altro?

Non a questo livello. Ci sono stati ovviamente momenti di disaffezione, e poi momenti di difficoltà quando la musica è diventata quello che è oggi. Internet è stato l’inizio di tante cose che lentamente sono diventate brutte, e non solo nella musica. Gestire la comunicazione attraverso i social, non poterlo fare bene perché il tuo pubblico segue contemporaneamente migliaia di altri profili, pagare e mettersi nelle mani di uno specialista che poi ti fa arrivare dove vuole lui… tutto ciò è frustrante, e alla fine quello che ottieni è un maggior numero di streaming, e lo streaming, come ormai lo dicono tutti, è un ladrocinio. Almeno posso vantarmi di aver intercettato queste problematiche più di una decina di anni fa, come anche fecero la loro mossa i Radiohead, in anticipo sui tempi. Ma i musicisti in generale si sono accorti di come sarebbero andate le cose con colpevole ritardo.

Cos’è che ti tiene ancora legato alla musica, oggi?

Eh, la scimmia di suonare sul palco, quella c’è sempre. Suonare per un pubblico e raccogliere l’affetto che la gente ti dà. Abbiamo anche la fortuna di avere una fan base consolidata che per i Marlene Kuntz ha un’ammirazione potentissima, estrema. E questo per me è anche un pungolo, in qualche modo sono piacevolmente costretto a non abdicare mai, per non deludere i miei fan.

Ma non senti il peso dell’età? Fare un concerto oggi è più faticoso?

No. È sempre una gioia infinita. Non so se hai visto il tour per i trent’anni di Catartica, ci sono stati dei momenti in cui io stesso ero stupito dall’energia che ci mettevamo. Ma credo che per un musicista sia sempre così: quando sul palco gira bene, quando la band va a mille, non c’è niente di più bello, oggi come 30 anni fa, che tu abbia davanti migliaia di persone o 300. Lo dico fuori da qualsiasi retorica.

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