Dazi, la scure di Trump. Cosa cambia per il travel
L’immagine trasmessa dal Rose Garden della Casa Bianca era eloquente: il presidente Donald Trump accusava dal palco friends e foes, amici e nemici, di aver maltrattato e depredato gli Stati Uniti, mentre teneva tra le mani una moderna tavola della legge, la legge statunitense, con l’elenco degli accusati, uno per uno, con l’aliquota tariffaria assegnata. Dopo averli minacciati per settimane, i dazi sono diventati realtà il 2 aprile, definito da Trump il «giorno della liberazione». Continue reading Dazi, la scure di Trump. Cosa cambia per il travel at L'Agenzia di Viaggi Magazine.


L’immagine trasmessa dal Rose Garden della Casa Bianca era eloquente: il presidente Donald Trump accusava dal palco friends e foes, amici e nemici, di aver maltrattato e depredato gli Stati Uniti, mentre teneva tra le mani una moderna tavola della legge, la legge statunitense, con l’elenco degli accusati, uno per uno, con l’aliquota tariffaria assegnata. Dopo averli minacciati per settimane, i dazi sono diventati realtà il 2 aprile, definito da Trump il «giorno della liberazione».
Trump ha specificato che non si tratta «di dazi pienamente reciproci» e che gli Stati Uniti sono stati clementi, perché hanno deciso di applicare un’aliquota pari a circa la metà di quella subita, calcolata – ha dichiarato Trump – considerando le barriere commerciali e le manipolazioni valutarie. L’aliquota base è del 10% per tutti i Paesi, applicata da sabato 5 aprile, mentre gli altri dazi entreranno in vigore mercoledì 9 aprile. Ma tra i maggiori partner di Washington – esclusi Canada e Messico – solo al Regno Unito è stata assegnata questa aliquota. L’Unione europea è stata colpita con un’aliquota del 20%, la Cina del 34%, il Giappone del 24%, il Vietnam del 46%, Taiwan del 32%, l’India del 26%, la Corea del Sud del 25%. Tutti questi Paesi, insieme, rappresentano oltre il 50% delle importazioni negli Stati Uniti. Non sono invece stati aggiunti dazi reciproci ai dazi (25%) già in vigore contro Canada e Messico sui prodotti che non ricadono sotto il trattato commerciale Usmca. Trump ha poi ribadito l’applicazione di dazi del 25% su tutte le auto importate da oggi, mentre i dazi sulle componenti importate scatteranno il 3 maggio.
L’annuncio di Trump è andato oltre le peggiori aspettative di molti. Per il settore travel, l’impatto sarà indiretto, ma non per questo meno fragoroso. I dazi provocheranno un aumento dei prezzi, rendendo l’America una destinazione più costosa per i visitatori. E poi, c’è da chiedersi: i turisti saranno ancora desiderosi di visitare gli Stati Uniti impegnati in una guerra commerciale con il loro Paese d’origine? Gli arrivi dal Canada, per esempio, sono già crollati. «Le politiche di Trump potrebbero dimezzare la crescita dei viaggi negli Stati Uniti», ha affermato Seth Borko, responsabile di Skift Research.
L’IMPATTO SUGLI HOTEL
Gli albergatori devono affrontare due potenziali aree di spesa aggiuntiva: costi per nuove costruzioni e costi per mobili, infissi e attrezzature. Le tariffe sui materiali da costruzione come l’acciaio potrebbero alla fine far salire i prezzi, come ha osservato Skift Research nel rapporto U.S. Hotel Supply Outlook: How Slowing Growth Is Shaping the 2025 Market. «Se le tariffe portano a costi crescenti, i costruttori potrebbero dover affrontare, ancora una volta, ostacoli finanziari che potrebbero rallentare le tempistiche dei progetti», ha scritto Pranavi Agarwal, analista senior della ricerca. Gli albergatori potrebbero anche dover affrontare costi crescenti per mobili, infissi e attrezzature. Tra gli operatori alberghieri per soggiorni prolungati, c’è un cauto ottimismo: il reshoring della produzione negli Stati Uniti potrebbe avvantaggiare il segmento dei soggiorni prolungati, a causa della maggiore domanda di alloggi temporanei per i lavoratori in prossimità di nuovi progetti.
COSA CAMBIA PER LE COMPAGNIE AEREE
I dazi hanno iniziato a influenzare i viaggi tra Stati Uniti e Canada. Il Ceo di United Airlines, Scott Kirby, ha dichiarato a una conferenza con gli investitori a marzo che la compagnia aveva visto un «forte calo» nel traffico canadese verso gli Stati Uniti. Il direttore finanziario di Boeing, Brian West, ha affermato che la società non si aspetta di vedere un «impatto materiale a breve termine» dalle tariffe: il produttore di aerei statunitense ha un enorme arretrato di ordini, che secondo West proteggerà la società nel breve periodo. Tuttavia, teme che i dazi possano avere un impatto sulla disponibilità delle componenti.
Airbus potrebbe dare la priorità alle consegne a clienti non statunitensi,, ha affermato il Ceo del produttore di aerei a febbraio, secondo Reuters. «Abbiamo una grande richiesta dal resto del mondo, quindi [se] dovessimo affrontare difficoltà molto significative per consegnare negli Stati Uniti, potremmo anche adattarci, anticipando le consegne ad altri clienti», ha affermato Guillaume Faury. Parlando con Skift la scorsa settimana, il Ceo di Ryanair, Michael O’Leary, ha evidenziato il livello di incertezza: «Ci sono molte conseguenze indesiderate per ciò che sta facendo Trump. Onestamente non sappiamo se il conto finale sarà positivo o negativo, dovremo solo aspettare e vedere». La società con sede a Dublino è uno dei maggiori clienti aerei di Boeing, con centinaia di nuovi aerei ordinati. I timori per i dazi e il rallentamento della domanda hanno intanto fatto registrare pesanti cali a Wall Street: i titoli di Delta Air Lines e United Airlines hanno ceduto circa il 23% a marzo, quello di American Airlines ha perso il 24%, il titolo della low cost JetBlue Airways il 22%.
VIAGGI, LE PRIME REAZIONI
A parte i dazi in sé, la retorica accesa sulle guerre commerciali può portare a un patriottismo accresciuto e ridurre la volontà di viaggiare negli Stati Uniti. Le visite dal Canada, per esempio, hanno già iniziato a diminuire, secondo i primi dati.
Il presidente di Porter Airlines, Kevin Jackson, ha detto a Skift che la compagnia aerea canadese ha deciso di sospendere il marketing per le destinazioni statunitensi. La compagnia aerea è la terza più grande in Canada. «I consumatori canadesi ci hanno fatto capire chiaramente che non credono che dovremmo promuovere i viaggi negli Stati Uniti», ha detto Jackson. Il Ceo di Accor, Sébastien Bazin, ha detto martedì che c’è un «brutto fermento» intorno ai viaggi per gli Stati Uniti e che le prenotazioni estive da parte degli europei sono diminuite del 25%. Il Cfo di Virgin Atlantic, Oliver Byers, ha recentemente avvisato del rallentamento della domanda statunitense.
L’EFFETTO RICCHEZZA
La fiducia dei consumatori è crollata, ma l’impatto sulla spesa per i viaggi, al momento, è misto. L’indice del Conference Board ha mostrato che, nonostante una prospettiva «cupa», le famiglie hanno pianificato di aumentare la spesa per i viaggi.
Questa settimana, però, Bank of America ha affermato che la spesa per i servizi di alloggio e i servizi correlati al turismo, dall’inizio dell’anno, è stata finora inferiore di circa il 2,5% rispetto ai livelli dell’anno scorso, mentre la spesa per i viaggi aerei è scesa di circa il 6%. Secondo Skift Research, il 9% delle famiglie più ricche rappresenta il 30% della spesa per i viaggi negli Stati Uniti. Il 15% più ricco rappresenta il 40%.
Un cosiddetto “effetto ricchezza” può spiegare in parte quello che sta succedendo: un mercato azionario in forte crescita (fino a poche settimane fa) e l’aumento del valore delle case hanno aumentato il patrimonio netto di molte famiglie, incoraggiando una maggiore spesa, anche per i viaggi. La prospettiva di un aumento dei dazi aveva già frenato gli indici nelle ultime settimane, con l’S&P 500 in calo di circa il 10% rispetto ai recenti massimi. Un prolungato calo nei valori degli asset potrebbero portare a una riduzione della spesa da parte dei viaggiatori di lusso.
I POSSIBILI VINCITORI
Gli economisti prevedono che i dazi rafforzeranno il dollaro. Dall’insediamento di Trump, però, sta accadendo il contrario. Nelle previsioni per l’anno pubblicate qualche mese fa, gli analisti di J.P. Morgan e di altre grandi società di Wall Street hanno scritto di aspettarsi che il dollaro continui ad apprezzarsi nel 2025, grazie all’agenda economica pro-crescita di Trump.
Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha affermato di aspettarsi che un dollaro più forte possa compensare gran parte dell’impatto inflazionistico dei dazi dell’amministrazione Trump. Tuttavia, dopo aver raggiunto il picco massimo degli ultimi due anni all’inizio di gennaio, l’Ice U.S. Dollar Index, un indicatore attentamente monitorato della forza del dollaro rispetto alle altre principali valute, ha perso quasi il 4% durante il primo trimestre.
Alcuni esperti del mercato valutario hanno affermato che un dollaro più debole potrebbe esacerbare lo shock inflazionistico dei dazi. Sebbene qualsiasi aumento dei prezzi sarebbe probabilmente un effetto una tantum, potrebbe comunque spingere la Federal Reserve a ritardare l’applicazione di ulteriori tagli ai tassi di interesse, ha affermato Brad Bechtel, responsabile globale di foreign exchange presso Jefferies, durante un’intervista con MarketWatch. Un dollaro più forte renderebbe più convenienti le vacanze all’estero per i residenti statunitensi, con evidenti opportunità per l’industria turistica italiana. Più costosi, al contrario, i viaggi verso gli Stati Uniti. Al momento, però, la strategia è wait and see.
LE PRIME REAZIONI IN ITALIA
Anche in Italia, naturalmente, si cerca di capire come i dazi influiranno sul settore turistico. «Gli americani sono per noi il primo mercato», ha commentato questa mattina Paolo Barletta, Ceo del gruppo Barletta, di Arsenale Group e della holding d’investimento Alchimia, tra i maggiori protagonisti del turismo di lusso in Italia (tra gli ultimi progetti, quello del Dolce Vita Orient Express). Barletta ha notato «una flessione, perché c’è grande incertezza, ma «confidiamo in altri mercati emergenti». Per quanto riguarda il cantiere di Brindisi, dove sono in produzione i treni per la Dolce Vita «i dazi sono ininfluenti, perché usiamo solo prodotti made in Italy».